Ritorno e ricostituzione fisica di Faust

Risulta evidente che il racconto è stato letto con molta attenzione. Cosa rara in questo nostro tempo precipitoso, dominato da una generale accelerazione che ricorda molte cose, dalle particelle elementari e il loro utilizzo, all’esilarante senso del record che preoccupava Brecht.
Penso che alcuni dei difetti da lei riscontrati dipendano in buona parte dal fatto che il racconto era nato non come opera letteraria ma come sceneggiatura cinematografica. Ora non ricordo se in quella prima stesura del racconto avessi già introdotto un episodio costituito dalla parziale cronaca della costruzione in un Campo di Venezia di un teatro costituito da un gigantesco cubo di nove metri.
Ma merita forse farvi nuovamente cenno, sia per l’enormità del tempo trascorso, sia per l’importanza che tutto ciò che lo riguarda ha assunto e tutt’ora assume rispetto al mio pensiero. L’immenso edificio teatrale era costituito di sole assi di legno grezzo alla maniera di Mario Ceroli, artista che insieme a mio fratello mi aveva commissionato il progetto. Interamente dipinto di nero, il cubo racchiudeva un palcoscenico di tre metri per tre anch’esso cubico e non localizzabile prima o dopo lo spettacolo. Costruzione effimera in cui avrebbe dovuto svolgersi un dramma tecnicamente ispirato ai teatri meccanici ideati e realizzati anticamente dagli ingegneri alessandrini, uno spettacolo teatrale in cui agivano solo automi, nel nostro caso figure e oggetti preesistenti o ispirati a opere di due artisti, uno dei quali era Mario Ceroli e, l’altro, mio fratello Enrico, che era pittore e scenografo. Il tema che fu scelto era la storia di Faust.
Il progetto sarebbe poi stato proposto al Festival del Teatro di Venezia. Al Festival partecipava Stravinskij, che lesse il mio testo, e mi fu riferito che lo aveva interessato, cosa della quale, conoscendo il suo immaginario e il suo orientamento stilistico, non dubito.
Si trattava di uno spettacolo che poteva essere messo in scena solo all’aperto. Infatti esigeva un macchinario enormemente complesso. Inoltre le dimensioni e la struttura avevano una funzione espressiva fondamentale. L’edificio teatrale consisteva in un gigantesco cubo nero che sarebbe stato eretto in un piccolo Campo di Venezia, e cioè Campo… dove a causa della mole avrebbe avuto il compito assai significativo di incombere non solo sugli spettatori, ma enigmaticamente sia prima che dopo lo spettacolo anche sui passanti, sempre numerosi a Venezia.
Tuttavia ciò su cui sarebbe apparso veramente e drammaticamente incombente era una prezioso mobile da chiesa collocato ai suoi piedi, mobile le cui forme e la cui funzione avrebbero dovuto ispirarsi a quella sorta di grandi e preziosi teche o custodie barocche dotate di vetri nelle quali veniva adagiato e quindi esposto ai fedeli come reliquia il corpo di un santo o di una santa oggetto di particolare devozione. Nel nostro caso tale teca conteneva non una santa ma una vittima innocente, e cioè il corpo di Margherita. Figura femminile costituita però unicamente da testa, mammelle, mani e piedi di ceramica colorata ispirata a Luca della Robbia, semiaffondati nella paglia e vivamente illuminati durante la notte. In qualche anfratto del mio cervello la strana coppia di amanti, costituita da un cubo e una parure di sette frammenti di ceramica, simboleggiava anche la più antica e infelice storia di quei due benestanti che avevano avuto in sorte nientemeno che il privilegio di bamboleggiare e giardineggiare nell’Eden, cosa che io e mia moglie, nei limiti a noi consentiti, abbiamo sempre fatto e seguiteremo a fare con apprezzabili risultati nella nostra plurisecolare e solitaria casa fino alla inderogabile scadenza ereditata da quei due deficienti delle origini.
A me sembra che l’insieme dell’edificio teatrale (il gigante geometrico e la sua vittima) è una delle cose più interessanti partorite dal mio garbuglio di neuroni, e regolarmente disperse nell’aria come una nuvola di vapore cui alla fine si aggiungeranno gli H2O che compongono il mio organismo.
Subito, non appena l’ho ideato, questo gigante, l’ho trovato geniale, e il tempo ha confermato la sua carica espressiva. Più volte mi ha ricordato La malinconia di Durer (nonostante si tratti non di un baraccone della fiera come il mio ma di una prodigiosa acquaforte) per la deserta grandiosità spaziale e concettuale dell’insieme, e in particolare per il significato dei due blocchi di pietra costituiti ognuno da un diverso solido geometrico.
Per la cronaca il progetto dello spettacolo non ebbe seguito poiché il costo superava quello del numero complessivo dei nostri parlamentari.moltiplicato per il loro stipendio mensile Somma oggettivamente eccessiva. Anche oggi, come tutti sappiamo, eccessiva.
Ricordo perfino dove mi trovavo quando ideai questo baraccone. Come definirlo? Qualcuno oggi, Daverio per esempio, potrebbe definirlo “installazione”, ma ciò, in questo momento, non saprei dire esattamente perché, mi farebbe venire il fuocodisantantonio. Sarà perché mi sembra anche di sentire la voce di Bonito Oliva mentre davanti a un mucchio di vecchi orologi rotti spiega ai visitatori e accompagnatori che l’artista voleva dire che il tempo passa. Prima ancora che pensassi allo spettacolo vero e proprio, la indispensabile struttura in cui si sarebbe svolto mi appagò a tal punto che nel momento stesso in cui fu concepita destò una eco così visionaria nella mia mente che fu come se per un istante si fosse manifestata nelle grandiose proporzioni del luogo stesso in cui mi trovavo in quel momento, e dove oggi forse potrei riconoscere anche il Caffè e il tavolino al quale ero seduto, se ci fossero ancora nella Galleria di Milano, in cui ogni volta che entri, alla prima occhiata, tutto sembra immutato e immutabile, e invece ogni tre mesi, seguendo una rigorosa tradizione affaristica assirosanbabilomilanese, tutto cambia e non riesci mai a raccapezzarti. E questo purtroppo vale anche se esci nella piazza opposta a quella del Duomo e ti appare la Scala.
Che botta, per la Scala, quel grattacilindro nuovayorkese. La prima volta che l’ho visto, da persona educata ho sentito il dovere di dirglielo: guardi che le è caduta la Scala . In realtà la Scala nel suo complesso, quando è nata, era enorme, come era necessario che fosse un grande teatro d’opera. E tale è sempre stata. Ma in facciata, pensa un po’, si presentava come une petite dame. Problema squisitamente estetico. Le donne sanno cosa voglio dire.
Caro Botta, lei non capisce niente di architettura. Lei, come tutti i suoi colleghi contemporanei, ha il difetto di non provenire da un utero, ma da una Facoltà di Architettura. Purtroppo nella mia mente è un continuo rincorrersi e rimescolarsi di letteratura, filosofia, teatro, cinema, musica, pittura, scultura, architettura. Ed è ciò con cui devo misurarmi ogniqualvolta intraprendo un lavoro. Comprenderà che non è uno scontro da poco perché, respinto uno degli avversari, ne saltano fuori altri sette.
D’altra parte se un giorno, invece di scrivere un racconto, o ascoltare Bach come Bergman (cosa da pazzi per non diventare pazzi) con la testa infilata tra gli altoparlanti, oppure, appellandomi a un minimo di buonsenso, fare una salutare passeggiata, mi accade di sedermi alla moviola e di mettermi a montare un film che deve essere cinema puro come una educanda (certificata come tale non dalla superiora ma da un ginecologo, meglio due), un film che deve esprimersi con rigore assoluto, senza personaggi, senza speaker, e senza l’ausilio di una sola parola detta o scritta, ma servendosi solo di immagini e musiche che non hanno niente da spartire col teatro, e in tal modo esprimere delle idee precise e molto complesse, e deve farlo con la stessa chiarezza di uno scritto letterario o filosofico… E ci riesco. E a tal punto da lasciare Eisenstein steso sul ring con i suoi tristi mutandoni russi. Beh, non sarò mica tanto matto da non farlo.



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