Segni

SEGNI

  • Come la particella elementare
  • da una traccia sottile nell’idrogeno,
  • risorgeremo da labili segni.
  • Piccole dita rapaci e irrequiete,
  • piccoli baci dati e ricevuti
  • saranno la memoria e il nutrimento.
  • Chi crederà che questo è un paradiso
  • e che solo l’amore lo governa?
  • Plasmando la substantia in coordinate
  • spaziali e temporali,
  • la quotidianità dispiega le sue ali,
  • incita come in sogno i suoi cavalli,
  • rifugiata tra morbidi cuscini
  • percorre e ripercorre le distese
  • inesplorate del proprio destino.

IL TELESCOPIO

  • Le stanze illuminate dalla luna
  • ho tramutato in deserto; spiando
  • nell’occhio della notte col suo occhio
  • acuto il telescopio mi ha tentato.
  • Sul tavolo davanti alla finestra
  • da sempre lo ricordo di vedetta
  • puntato verso il cielo, ma di astronomi
  • neppure l’ombra; solo qualche volta
  • una donna riflette nelle belle
  • superfici di ottone casalinghi
  • splendori. Più alla terra io che al cielo
  • attento, in quel paesaggio di crateri
  • che scorre nell’occulto specchio concavo,
  • luce della sua anima, e da quello
  • manda un fioco segnale, non ravviso
  • che tristi lontananze, irreparabili,
  • mute separazioni.

STATUINA

  • Poco più grande di una noce, povero
  • come il suo primo, lontano Natale,
  • ho sul mio tavolo un Gesù Bambino
  • di cartapesta, in cui solo il colore
  • del giaciglio di paglia in qualche punto
  • ancora si distingue. Rappezzati
  • corredi negli armadi, vecchie travi
  • e mattoni sconnessi, un freddo letto
  • di dicembre scaldato dalle brace,
  • stelle avverse che emanano profumo
  • di pino e di candela, disadorne
  • dolcezze ci accomunano.

CAFFÈ DI ARTISTI

  • Di che vive non so, si arrangia, beve,
  • l’alcool è la sua ombra, in piedi al banco
  • fa caustici ritratti in un taccuino,
  • che poi regala o tenta inutilmente
  • di vendere agli amici, sempre attorno
  • in precario equilibrio, ora un bicchiere,
  • ora una sigaretta dividendo
  • con qualche nuova leva, per miracolo
  • sopravvissuto come il vecchio bar,
  • i tavoli di marmo e la dea madre
  • Lina, ma non è peggio dei compagni
  • suicidi o imborghesiti, anzi una luce
  • arde ancora di stanca volontà
  • di esistere, di porgere alla vita,
  • come direbbe Shakespeare, uno specchio.

STENTI A CREDERE

  • Di quale bolgia di case, di strade
  • i cui si aggira smarrita l’infanzia,
  • di quanti oggetti inutili, di quanta
  • confusa umanità e intricate norme
  • ci siamo circondati; stenti a credere
  • che sia lo stesso mondo in cui vivevano
  • liberi come nuvole animali
  • e cacciatori, e l’uomo non aveva
  • strumenti per sottrarsi alla coscienza
  • del buio e del silenzio in cui si affila
  • il pensiero.

AL PONTE DEL SERRAGLIO

  • Seduti sulla riva, tra il brusio
  • solitario degli alberi, ascoltiamo,
  • fiume, o materia, o quanti di energia,
  • l’ondosa vita, che scorre veloce,
  • serpeggia tra le rocce del pensiero,
  • scalcia come un destriero, nelle vene
  • da vicino ci preme. La mia mano
  • stringe sul fianco dell’ansa nebbiosa
  • la tua mano, nel sogno ci perdiamo
  • del suo grembo materno. Baluardo,
  • come laggiù quegli archi e quelle mura,
  • molte volte espugnato, rosea nube
  • il giorno è già un ricordo. Vola via
  • da un ramo un’ombra nel cielo serale,
  • forse usignolo o forse alato arciere
  • che non poté più di così ferire
  • il nostro cuore.

SETTIMO QUADRO

  • Entrano in palcoscenico le stelle,
  • con le braccia sottili danzatrici
  • dodicenni le recano, oscillanti
  • lampadine rallegrano le punte
  • di cartone argentato, ma la nuvola
  • che alla fine del quadro le sorvola
  • e passando le spegne ad una ad una,
  • anche il mio cuore oscura, nell’angusto
  • teatrino d’oratorio evocatrice
  • di immensità, di dileguanti sogni
  • di giovinezza, e nelle scolarette
  • a cui, tu dici, a volte già il dolore
  • l’anima opprime, aeree trasparenze
  • vedo così negli anni farsi opache.

INDIZI

  • Apro l’uscio e la vedo indaffarata
  • che mette l’orsacchiotto nel bidet,
  • poi che scende dal water, e all’istante
  • sparisce la graziosa nudità
  • nella tutina rosa, scatta il solito
  • blitz di far finta di niente, tentare
  • di non lavarsi. Tu che dallo specchio
  • non la perdi di vista, le forcine
  • tra i denti: “Hai fatto solo la pipì?”
  • chiedi; e lei pronta si volta, ispeziona
  • con un’occhiata: “Ho fatto la pipì
  • e mezza sigaretta.” Spiritosa
  • la piccola, ma tu una mascalzona
  • che fuma di nascosto.

NOI TUTTI CI ILLUDIAMO

  • E’ l’acqua solo in apparenza quella
  • incorrotta in cui Laura si specchiava
  • e la poesia, ma loro non lo sanno;
  • china sulla corrente la più giovane
  • e più loquace fa, come una volta
  • si faceva, il bucato, e la compagna,
  • seduta sotto i pioppi che costeggiano
  • il canale la ascolta, e nell’incanto
  • del pomeriggio estivo, mentre un alito
  • di vento ci accarezza tra le antiche
  • case assonnate, tutti, le due donne,
  • io, gli alberi, noi tutti ci illudiamo
  • che nulla sia cambiato.

ASSALTO

  • Quando vicino a me, con improvviso
  • e silenzioso assalto, sei apparsa,
  • ubbidendo all’occulto capitano
  • che più pronta ti ha resa e più eloquente
  • delle fitte parole degli adulti
  • che avevi attraversato, allo scoperto,
  • tra miti e divaganti postazioni
  • di poltrone e divani, e sui cuscini
  • prendermi sottobraccio ti ho sentita
  • e stringerti al mio fianco, e la vittoria
  • non so se tua o mia ha coronato
  • l’incruenta battaglia, per la gioia,
  • che dovevo celare anche a te stessa,
  • e il timore che a un tratto con un’altra
  • inopinata azione, come accade
  • alla tua età, potessi allontanarti
  • e privarmi del complice calore
  • col quale tesse delicate trame
  • anche se acerbo il cuore, nuova guerra
  • tra nuovi contendenti suscitai,
  • e della prima pace fui privato,
  • ma non tanto che scorrere la sabbia
  • di quei dorati istanti tra le dita
  • non senta ancora.

NOTTE

  • Come se tu la avessi tra le braccia,
  • dorme errando con noi lungo le ellissi
  • misteriose del cosmo. E tu a tua volta
  • nella certezza della mia esistenza
  • in te riflessa, accanto a lei riposi.
  • Altre certezze diverse da queste
  • che ci tengono uniti non esistono.
  • Leggo un libro, vi guardo, ascolto il vento
  • che scuote gli alberi spogli, alla notte,
  • che vi può cancellare, a lungo oppongo
  • la luce della lampada.

NÜREMBERGER FLUGHAFEN

  • Quadro rassicurante, boschi, prati,
  • birra di qualità con sottofondo
  • musicale, un aereo da turismo
  • che gioca sulla pista, non un’anima
  • che pensa più ai verbali del processo,
  • signore che accavallano le gambe
  • come una volta solo poche elette
  • dell’alta società poi abbassata
  • dai Boeing B-17, e numerosi
  • naturalmente gli uomini d’affari,
  • che hanno clienti ovunque, più di quanti
  • Grosz abbia immaginato, più esigenti
  • e alcuni come sempre indispensabili:
  • gli Hercules sparsi ai margini del campo
  • coi loro corpi obesi ci ricordano
  • che dormono sognando di mangiare.

BELLIS PERENNIS

  • Sento i cani rincorrerla, le porte
  • che sbattono: zio, zio, guarda, è arrivata
  • la primavera, e con un mazzolino
  • di margherite appare; tu nel prato
  • gliele hai indicate, e di certo ripete
  • le tue parole, e come te si infiamma
  • per le fitte corolle, ma nel fondo
  • del suo cuore mutevole già un altro
  • avvenimento preme, e già con l’impeto
  • dell’acqua di un torrente corre via,
  • dimentica di ciò che mi annunciava,
  • primavera lei stessa, apparizione
  • fugace come il suo piccolo sole,
  • bianco e mite, di febbraio.

ASTRONOMIA

  • Ma tu lo sai cos’è l’astronomia?
  • Come le pietre dell’aia e le lucciole,
  • la poltroncina di vimini e gli occhi
  • del nostro gatto, come là sugli alberi
  • quelle scialbe pianure, cimiteri
  • di vulcani, sospeso, in apparenza
  • fermo, in realtà un proiettile, ti sto,
  • capovolto, pensando, e ti dirò
  • che mi viene da ridere, e ti mando
  • un bacio che più folle, tu che dormi
  • non potresti sognare.

SOPRA I TETTI

  • Da via Musei sulle prime pendici
  • del colle si saliva per un vicolo
  • in cima chiuso da un portone, e ancora,
  • per una lunga scala che sembrava
  • scavata nella roccia, si saliva
  • a un cortile o terrazzo i cui mattoni
  • corrosi dalla pioggia e i molti fiori
  • nei vasi allineati lungo i muri
  • conducevano ad altri due gradini,
  • e a nuove rampe di scale, e a un poggiolo
  • di marmo bianco sul quale si apriva
  • la porta dell’aereo appartamento;
  • si attraversava un salottino, e infine
  • si entrava nella piccola cucina
  • odorosa di spezie, col soffitto
  • basso sulla finestra che guardava
  • giù nella gola buia dalla quale
  • si proveniva; era un luogo solare,
  • magnifico, sospeso sopra i tetti
  • dell’antica città, ma lei non era
  • felice; di vedermi, di parlarmi,
  • sì, ma non era mai stata felice
  • col vecchio avaro che aveva sposato,
  • e in quel nido di rondini se un palpito
  • aveva ancora il suo cuore, nessuno
  • tranne me lo sentiva.

OMBRE

  • Rifulse nel meriggio, sole liquido,
  • come la vita nei tuoi occhi, ed ora
  • ombra nell’ombra dei platani il lago
  • quietamente si spegne, ma tu, amore,
  • non fare come l’astro che solcando
  • i suoi flutti di luce si allontana,
  • non abbassare come fa la notte
  • le palpebre, se puoi, e ancora un poco
  • durerà questo giorno che mi hai detto
  • è il più lungo dell’anno, ma il tuo sonno
  • è un sonno fanciullesco, non puoi vincerlo,
  • come gli alberi e l’acqua sopraffatta
  • anche tu mi abbandoni.

13,18

  • Non ha bar né poltrone panoramiche,
  • non ha porte automatiche di vetro,
  • fa tutte le fermate, un intercity
  • che viaggia con mezz’ora di ritardo
  • un treno come questo se lo mangia
  • in un boccone, ma in compenso è prodigo
  • di studentesse, che immancabilmente
  • passano a frotte, come uccelli, e intorno,
  • in un ininterrotto cinguettio,
  • multicolori cartelle agitando,
  • cambiano posto, si spingono, impegnano
  • zuffe con i compagni, e anche se, timide
  • o giudiziose, in disparte con raggi
  • mi scaldano più obliqui, come il sole
  • di primavera levano alle esauste
  • ossa un poco di ruggine.

L’ HORLOGE DE LA POPULATION

  • Somnole dans sa loge le gardien
  • Cinque miliardi, annunciano i giornali,
  • e – non occorre consultare oracoli –
  • in sessant’anni dieci. Di sicuro
  • nel suo giardino tra gentili ochette
  • si preoccupa Lorenz; quanto agli altri,
  • nemmeno, credo, i cinesi di Hong Kong
  • stipati in una stanza, con gli aerei
  • che per tutta la notte gli decollano
  • nelle orecchie (i turisti che dal cielo
  • li sfiorano coi piedi, quelli a fargli
  • un disegno in sezione neanche allora
  • figurarsi potrebbero lo strazio).
  • Cinque miliardi. E nel ’76
  • erano quattro. E sembrano di ieri
  • gli articoli del Time e dell’Exprès.
  • E intanto mentre scrivo si rincorrono
  • i numeri, decine di migliaia,
  • una città, ma a quanti fa paura,
  • e solo intendo tra i visitatori
  • del museo di Chicago, l’orologio
  • della popolazione, l’infallibile
  • congegno che ogni giorno più veloce
  • della morte le nascite scandisce?
  • Personne n’a assisté a l’événement.

DOLOMITI

  • Ora che il gruppo elettrogeno tace,
  • e nel rifugio dormono, e ogni cosa
  • gravita sola con se stessa intorno
  • al tenebroso grembo, la montagna,
  • meridiana lunare che a ritroso,
  • seguendo il lieve passo delle muse,
  • interseca le vie della memoria,
  • nel dirupato silenzio si avvolge
  • di sussurrante vento e si feconda
  • come la dea che in un uovo d’argento
  • concepì Eros dalle ali d’oro,
  • e la cima in un’isola, la roccia
  • come al tramonto ci parve in corallo
  • si trasforma, risale per ellissi
  • del pensiero all’infanzia, le sorride
  • intorno il mare, l’ittiosauro balza
  • sopra l’onda inarcandosi, delfino
  • della notte.

I LIBRI

  • Come macchie solari ho nel cervello
  • dei punti neri, sono rozzi film,
  • spettatori affamati, laidi cinema
  • che frequentavo un tempo, da ragazzo.
  • Così non è dei libri, quelli sono
  • diffusi nella luce.

THE BIRDS

  • Non ne ho mai visti tanti come questi
  • allineati lungo le banchine.
  • Ritorno verso la nave, e i gabbiani
  • mi guardano passare. I loro brevi,
  • rapidi movimenti della testa,
  • delle zampe o di un’ala, i loro sguardi
  • continuamente fissi su di me,
  • destano a poco a poco un’inquietudine
  • che per più di un aspetto fa sorridere
  • perché non può non ricordare Hitchcock
  • e il racconto di Daphne du Maurier.
  • Ma racchiuso negli occhi non umani
  • c’è, come in ogni luogo si è creduto
  • da tempi immemorabili, un enigma
  • che sembra avvicinarci a verità
  • estreme, delle quali certa è solo
  • il sodalizio della crudeltà
  • con l’innocenza. E invano ci chiediamo
  • da cosa siamo attratti, se da dèmoni
  • o angeli o da quali altre potenze
  • quando li contempliamo o li sognamo
  • come i leoni sulla spiaggia di Hemingway.
  • Dal traghetto che sta lasciando il porto
  • vedo i gabbiani alzarsi su di noi.
  • E poco dopo, a un miglio dalla costa,
  • sono uno stormo immenso, una bufera
  • di ali, di grida rauche, di picchiate
  • con il becco tagliente nella schiuma.
  • Penso guardandoli alla lunga scia
  • turbolenta e dispersa del passato.

IL TEMPO

  • “Ma nessuno di noi ci sarà più,”
  • dissi, “nemmeno tu.”
  • Nei tratti ancora infantili del viso
  • qualcosa si oscurò.
  • Sotto la grigia tettoia di vetro
  • della stazione deserta, stupiti,
  • i suoi occhi celesti mi fissavano
  • come una coppia di uccellini presi
  • in una rete. Nominato, il tempo
  • le era apparso. Ma subito
  • così com’era apparso scomparì.
  • Io rimasi impigliato nella rete,
  • ma i due uccellini volarono via,
  • dove non so.

LILLI

  • Ogni sera la nostra gatta, Lilli,
  • affettuosa, garbata,– innamorata
  • secondo me di te, – delle tue gambe
  • fa l’uso che fai tu della poltrona
  • e della sedia sulle quali dormi
  • fingendo di guardare la TV.
  • Rivolta come te verso lo schermo,
  • in realtà come te anche lei sogna,
  • probabilmente i merli del giardino,
  • o un topolino, oppure proprio te,
  • pazza d’amore com’è, perché spesso,
  • non si sa se sognando, per guardarti
  • gira la testa che, come su perno
  • gira di quasi centottanta gradi,
  • e in quella posizione singolare
  • ti fissa così a lungo e intensamente
  • che di ciò che si pensa del pensiero
  • animale non so davvero più
  • cosa pensare.

CAMPO ELETTRICO

  • Ha nevicato per tutta la notte,
  • e al levarsi del giorno la campagna
  • sorpresa indugia con pigra dolcezza
  • in quel soffice letto, ma nel cielo
  • è in corso una battaglia furibonda
  • tra eserciti di spettri, un uragano
  • senz’acqua e senza vento, morto pelago
  • digrignante di nuvole solcate
  • in ogni direzione da saette,
  • da folgori incessanti ma più mute
  • della nostra paura, e in questa ridda
  • di accecanti silenzi ci chiediamo
  • a quale porto approderemo un giorno,
  • senza vele, né remi, né timone,
  • se scenderemo a terra, se discesi
  • potremo ancora tenerci per mano.

IL MILIZIANO

  • Fotografia famosa, - non per me,
  • allora (censurata, non la vidi
  • fino al ’45), - il miliziano
  • di Robert Capa è stato, con l’ardita
  • vita stroncata, con le braccia aperte
  • nel cielo grigio, una crocifissione,
  • per più generazioni un sacrificio
  • non ancora del tutto vendicato,
  • una sindone certa senza un nome
  • né una patria (forse fu la Spagna,
  • o forse solo la rivoluzione).

SAN SILVESTRO

  • Passa con noi questi giorni, e il 31
  • è un terremoto per tutta la sera,
  • ma all’ultimo minuto su un divano
  • la trovo addormentata, e già la festa
  • di San Silvestro per lei è finita,
  • e un altro anno è passato, ed ecco ancora
  • lassù nel cielo invernale remoti
  • e indifferenti scorrono i secondi
  • che noi quaggiù contiamo trepidando,
  • soli con una bimba che alla notte
  • simile dorme e di noi non si cura,
  • famiglia provvisoria nell’immensa
  • provvisoria natura.

AIDS

  • Parlano di Rock Hudson; non ancora
  • ammucchiano i giornali i morti anonimi
  • nelle fosse comuni. Ma ormai c’è
  • chi crede che la peste sia tornata,
  • che nei laboratori di biochimica
  • si annidano gli untori, che gli atolli
  • bruciati dalle bombe partoriscono
  • inusitati mostri, che il contagio,
  • così come in passato da paesi
  • sconosciuti, proviene dallo spazio.
  • In verità che sta moltiplicandosi
  • tanto rapidamente che di morte
  • minaccia il globo non è proprio un virus.
  • Hanno mascelle umane le locuste
  • che sento masticare dietro gli alberi
  • dell’ultimo bastione. Non ci resta,
  • mia cara, molto spazio, né con l’aureo
  • carro adorno di viole rifugiarci
  • potremo altrove, ché i festosi stormi
  • di passeri del mito sono morti
  • e sepolti nel tubo digerente
  • del ceto dirigente.

GABBIETTA

  • Con una funicella ad una trave
  • del loggiato sospesa la gabbietta
  • disabitata, a ogni alito di vento
  • oscillando, girando su se stessa,
  • architettura alata, all’irrequieto
  • prigioniero di un tempo un po’ assomiglia,
  • o forse ai rami del bosco che, libero,
  • lo avrebbero cullato, o forse è solo
  • un’idea che in lei alta si esprime
  • di fragile bellezza.

NOA NOA

  • Finalmente animali tra animali
  • senza troppe pretese ritorniamo;
  • dove tu ti addormenti appena posi
  • la testa sul guanciale, e i predatori,
  • il gatto, la civetta, fanno strage,
  • e la paura è quella che sentiamo
  • strepitare nei nidi e che ci assale
  • in silenzio nei sogni; dove è inutile
  • opporre resistenza, meglio è fare
  • come Gauguin, lasciare all’innocenza
  • che tenti di ingannarci con raggiri
  • innocenti.

TRASBORDO

  • Molti binocoli sono puntati
  • da quando un vento impetuoso
  • complica il trasbordo dei notabili,
  • turbinio di cravatte che nel mondo civile
  • si può seguire dalla riva o dall’edicola
  • minuto per minuto.
  • Ma per noi oggi è giorno di vacanza,
  • e poi, benché sia toccato non saperlo
  • a più di uno tra coloro che ci guardano
  • dalle cornici barocche,
  • latifondi e castelli – è stato dimostrato –
  • esprimono lo stesso punto di vista
  • schiettamente pratico
  • di qualsiasi giornale che potremmo comprare.

QUATTRO PASSI TRA LE NUVOLE

  • Guardando Quattro passi tra le nuvole,
  • l’Adriana Benetti pastorella
  • improbabile, mela perigliosa
  • dei casermoni di periferia
  • nati e cresciuti con me, de profundis
  • dell’Italia rurale,
  • pensavo questa sera al nostro sogno,
  • ormai spacciato come i sognatori,
  • di starcene in disparte e non vedere
  • altro dalle finestre che frumento,
  • alberi, qualche raro contadino,
  • e della vita attingere la sua
  • più pura essenza: esempio, noi che usciamo
  • di corsa come il carro dei pompieri
  • per sottrarre ai tre gatti, da noi stessi
  • arruolati allo scopo di stanarlo,
  • un topolino.
  • E’ che adesso a cacciarsi come un Robinson
  • chissà dove (ammettendo che un tale Eden
  • lo si trovi) si rischia anche pensavo
  • di finire ammazzati da un balordo
  • per qualche banconota o una presunta
  • pelliccia o non so quale altra idiozia
  • senza speranza questa volta, ahimè,
  • che qualcuno ci salvi.

PONTE DI BARCHE

  • Quei giorni nel mirino dei fascisti,
  • fui costretto a fuggire. Il primo giorno
  • in sella ad una vecchia moto rossa
  • guidata da un amico che diceva
  • di essere comunista, poi a piedi,
  • poi sui carri bestiame di convogli
  • improvvisati, poi ancora a piedi,
  • Trovato posto alla fine su un camion,
  • con quello attraversai il Po di notte
  • sopra un ponte di barche bersagliato
  • dagli aerei, e avevo un tascapane,
  • e ciò che rimaneva di uno zaino,
  • entrambi pieni di libri, fardello
  • pesante circa come uno scrittore
  • molto più morto che vivo ma ancora
  • per il momento vivo, e viaggiavamo
  • sotto la luce dei bengala insieme
  • poeti antichi e nuovi rallegrandoci
  • di non essere soli mai nemmeno
  • all’inferno. Raggiunta l’altra riva,
  • non saprei dire quanto tempo dopo
  • trovai un casolare, accanto al quale,
  • in un letto di paglia, sotto un albero,
  • trascorsi quella notte fluttuando
  • nel canto sconfinato e senza tempo
  • dei campi, grillo, gufo, rana anch’io,
  • che come loro nulla possedevo,
  • tranne qualche spartito, letterarie,
  • maldestre note. Già mi confrontavo
  • con le armonie e le disarmonie
  • senza fine del cielo e della terra.
  • E la disarmonia oggi è una perdita.
  • Ora che il ponte di barche è il ricordo
  • di due opposte rive della storia,
  • e viene da oltreoceano il modello
  • della felicità, perseguitate,
  • avvelenate ad ogni primavera,
  • perdute sono per sempre le voci
  • delle notti d’estate di quel tempo,
  • olocausto non ultimo ma primo
  • di questo mezzo secolo di pace.

LA CERTEZZA DEL DUBBIO

  • Le vado incontro nella hall, ritorna
  • dalla selva sabbiosa di ombrelloni,
  • di negozi, di alberghi, di pensioni,
  • – un tempo erano pini (e te li sogni
  • le cicale e lo specchio di acqua verde
  • dei canali, oramai), – lei seminuda,
  • io attaccabrighe, lei vuole non vuole,
  • non proprio in modo esplicito ma è chiaro
  • che non vuole.

MA

    Migliaia di invisibili strumenti ti deporranno a terra con dolcezza. Parola di Alisarda. Ma ti fidi dell’Alisarda?

SQUALI

  • Sono documentate molte cose,
  • tra le più disparate, una nidiata
  • di gattini, strumenti musicali,
  • stoviglie, stetoscopi, targhe d’auto,
  • fossili di ambra e silice, proiettili
  • di armi da guerra e di armi mai forgiate,
  • vaganti come ghiaccio di comete…
  • Di tutto troverete, anche le nuvole
  • che passano, e la vostra stessa fame.
  • Di tutto troverete nello stomaco
  • degli squali. Anche i compiti di Eugenia
  • e i suoi sacchetti di plastica pieni
  • di cianfrusaglie, e i miei libri, e i bambini
  • che non ho osato far nascere, e il poco
  • che rimane di noi e non potremo
  • per molto tempo difendere ancora.
  • Di tutto troverete, anche la morte,
  • come tutte le morti dolorosa,
  • degli squali.

MORTE DI ANITA

La guerra es la verdadera
vida del hombre.


  • In silenti paludi, sotto immensi
  • cieli, inseguendo inseguiti la cara
  • libertà, ci perdemmo. Non fu meno
  • ardimentosa quest’ultima impresa,
  • ma di tutte le sue peripezie
  • e infine degli istanti che trascorsi
  • adagiata sul fondo di un calesse,
  • invocando acqua, per strade impietose,
  • nella spenta memoria non rimane
  • altro che l’ombrellino con il quale
  • cercavi di proteggere dal sole
  • il mio viso bruciato dalla febbre,
  • camminando al mio fianco, tu non più
  • soldato né io donna di un soldato
  • ma disperati amanti.

E’ NATA UNA BELLA BAMBINA

  • Tanto eri bella che se ne parlava,
  • e vennero a vederti. E questa fiaba
  • della bella bambina che era nata,
  • la vecchiaia non riesce a sopraffare.
  • Tutte le volte che posa le mani
  • sulla tua vita per rimodellarti
  • ciò che prevale poi non è la creta
  • ma, come marmo o bronzo, la tenace
  • perfezione di un tempo. A settant’anni
  • riesci ancora a sembrare una bambina.
  • La prova è che i bambini per giocare
  • cercano te. Sarai di conseguenza
  • esclusa da qualsiasi cocktail party
  • o vernissage o prima della Scala
  • o non so che, e l’eterna giovinezza
  • diventerà in tal modo una certezza.

GIOCO TELEVISIVO A PREMI
RISERVATO AI CONTEMPORANEI DEL POETA

  • Chi è Giacomo Leopardi?
  • A - UN CANTANTE
  • B - UN ESPLORATORE
  • C - UN POETA
  • D - UN CARDINALE
  • Nel caso vi troviate in difficoltà potete
  • A - telefonare a casa per avere l’aiuto di uno dei vostri familiari o amici
  • B - chiedere l’aiuto del pubblico
  • C - chiedere l’eliminazione di due delle risposte errate
  • Ognuna di queste tre opportunità
  • può essere utilizzata una sola volta
  • nel corso del gioco.