Poesie Sciolte

SQUALI

  • Sono documentate molte cose,
  • tra le più disparate, una nidiata
  • di gattini, strumenti musicali,
  • stoviglie, stetoscopi, targhe d’auto,
  • fossili di ambra e silice, proiettili
  • di armi da guerra e di armi mai forgiate,
  • vaganti come ghiaccio di comete…
  • Di tutto troverete, anche le nuvole
  • che passano, e la vostra stessa fame.
  • Di tutto troverete nello stomaco
  • degli squali. Anche i compiti di Eugenia
  • e i suoi sacchetti di plastica pieni
  • di cianfrusaglie, e i miei libri, e i bambini
  • che non ho osato far nascere, e il poco
  • che rimane di noi e non potremo
  • per molto tempo difendere ancora.
  • Di tutto troverete, anche la morte,
  • come tutte le morti dolorosa,
  • degli squali.

MITILENE

  • Con animali e vegetali in diafane
  • cupole custoditi, come il seme
  • lieve del pioppo silenziosamente
  • distaccandosi andranno in astronavi
  • molto più grandi dell’arca e di ogni altra
  • nave che mari e oceani attraversò,
  • e nella notte che scorre perenne
  • tra stella e stella guarderanno sorgere
  • nuove lune gli amanti, misteriose
  • come per noi la luce che riflette
  • nella notte terrestre questo estremo
  • lembo di mare e di tempo che vide
  • anche Saffo sognare.

L'ULTIMO

  • Ha combattuto
  • con Ungaretti sul Carso. Ha veduto
  • la testa di un compagno ruzzolare
  • come una zucca tra i sassi. Ha veduto
  • tutto quello che c’era da vedere
  • del giardino del mondo, le cui terre
  • mai neppure per sbaglio sono state
  • di proprietà di chi le ha coltivate
  • ma solo di furfanti e di assassini.
  • E ha vissuto abbastanza per vedere
  • una guerra peggiore della prima
  • e una pace impazzita che ha falciato
  • come un campo di grano i contadini.

ICEBERG IN UN MARE VERDE

  • Il gatto ci osservava da lontano
  • covando antichi rancori, costretto
  • com’era stato dal cane a privarsi
  • del piacere di starsene al calduccio
  • dividendo con noi qualche carezza
  • sulla coperta di lana nel prato
  • umido di rugiada. E soprattutto,
  • in quel momento, credo lo irritassero
  • del suo rivale i salti e i mugolii
  • con i quali cercava di intromettersi
  • nella disputa sorta tra le donne
  • per il possesso dell’ultima nata
  • - che non parlava ancora ma ballava,
  • per così dire, seduta, oscillando
  • come i bambini a scuola di Corano
  • avanti e indietro col busto, se udiva
  • accennare un motivo musicale -.
  • Considerato l’insieme del quadro,
  • mi dispiaceva per il gatto, in fondo
  • volevamo io e lui la stessa cosa,
  • non strepiti e baldoria, ma blandizie.
  • Ed era casuale che quel giorno
  • ad ottenerle fossi stato io.
  • Il vantaggio che avevo su di lui
  • era la casa che ospitava entrambi,
  • eredità di più generazioni
  • e travagliato lavoro dei campi,
  • chissà quando e da chi edificata
  • con le morene di antichi ghiacciai
  • su ciò che fu l’abisso di un oceano,
  • la polvere di marmo dell’intonaco
  • che ancora biancheggiava in mezzo agli alberi,
  • e come un iceberg in un mare verde
  • costituiva gli altri nove decimi
  • di me stesso.

L’ELICOTTERO

Annatevene tutti. Lassatece
piagne da soli.
Scritta murale. Roma. 1946.



  • E adesso cosa pensi che vedrai
  • dal finestrino di questo giocattolo
  • che sembra quelli di latta di allora?
  • L’orecchino spaiato di corallo,
  • primo pegno d’amore, che hai perduto
  • e ancora è in fondo a una bocca di lupo,
  • o i discendenti di streghe coi quali
  • giocavi in via Partenope, o la casa
  • nel solco tenebroso dell’antica
  • via Chiatamone, la finestra ovale,
  • la doppia rampa barocca di scale,
  • teatro di una disputa teologica
  • dell’alunno di quarta elementare,
  • o i grandi varchi in cui splendono il mare
  • e via Santa Lucia, la via che ascende
  • solenne alla terrazza della reggia
  • dove una donna e il fuoco del vulcano
  • serpeggiante nelle ombre del crepuscolo
  • soggiogarono l’animo di Goethe?
  • O la scacchiera di strade del Vasto
  • di fianco alla stazione ferroviaria,
  • e il lungo terrapieno abbandonato
  • della via Vecchia di Poggioreale,
  • e ai due lati di quello le due case
  • dell’Arenaccia e Piazza Nazionale,
  • il cestino calato dal balcone,
  • le due giostre vocianti, il maniscalco,
  • le incursioni notturne, i riflettori
  • che incrociano i proiettili traccianti,
  • o il cinema-teatro Orfeo, le Nava
  • e la maschera nana, il calderone
  • di pannocchie bollite deambulanti
  • sui cuscinetti a sfera, la masnada
  • di asini del serraglio, o quel coglione
  • che non eri riuscito ad ammazzare,
  • o la barca che a volte noleggiavi
  • nel porticciolo di Castel dell’Ovo,
  • sempre deserto, tu e lui eremiti
  • dell’abbagliante deserto del golfo,
  • o le lunghe letture della sera
  • e poi la radio con la sua babele
  • e i suoi stellati cieli musicali,
  • sfuggenti verità, solo mistero
  • tra i libri gialli e d’avventura vero?
  • O la più bella e a me cara, e di tutte
  • la più lontana nel tempo, la casa
  • di Piedigrotta, che dall’alto assorta
  • e solitaria contemplava i luoghi
  • in cui erano allora venerate
  • le improbabili spoglie di Virgilio
  • e di Leopardi nell’eco campestre
  • del vento, mentre intorno nuovi canti
  • fiorivano, il più nuovo il gallo papa
  • e la gallina papessa ( la “e”
  • aperta più che si può) delle belle
  • sorelline gemelle, muse in erba,
  • che tu adoravi e con te il coinquilino
  • autore di Adriana Lecouvreur?
  • Dall’aeroporto di Capodichino
  • l’elicottero scende obliquamente
  • verso l’isola d’Ischia. Surreale
  • è questo modo di tornare a Napoli,
  • più di vent’anni dopo. L’elicottero
  • è ormai sul mare; mi volto a guardare
  • per un’ultima volta la città.
  • Così forse la videro i piloti,
  • che giunti di sorpresa in pieno giorno,
  • scesi a volo radente sulle case,
  • mitragliando la gente per le strade,
  • seminarono il panico inducendoci
  • a lasciare per sempre la città,
  • risalire metà della penisola
  • e cercare rifugio in una casa
  • sperduta in mezzo ai campi,
  • dimenticata eredità dei nonni
  • di mia madre. Ma non ci volle molto
  • per capire che quella grandinata,
  • anche dopo l’allegra metamorfosi
  • in chewing-gum e in Chesterfield, avrebbe
  • spianato tutto, azzerato nell’anima
  • e nelle mani il presente e il passato,
  • come aveva già fatto bombardando
  • il monastero di Montecassino,
  • fortezza sorta a difesa del cielo
  • e della terra, baluardo estremo
  • per coloro che sono così privi
  • di senso degli affari da poter
  • sorvolare non gli altri ma se stessi
  • in elicottero.

DONNE DI CELLULOIDE

  • Addio città che amai vagabondando
  • nelle vie lastricate che scendevano
  • deserte come quelle di Ercolano
  • verso le navi ormeggiate nel porto,
  • perdendosi oltre i moli, oltre il vulcano
  • e le spume del mare, oltre i presagi
  • oscuri delle molte ciminiere.
  • Leoni millenari convertiti,
  • ora impiegati della Paramount
  • avanguardie dell’ultimo conflitto,
  • tra cielo e terra, senza protocolli
  • né di dichiarazione, né di resa.
  • E dal Parnaso si videro scendere
  • tre muse, delle quali una, la decima,
  • anch’essa nel silenzio del pensiero
  • avrebbe pronunciato la condanna
  • e riversato torrenti di fuoco.
  • tra rovine di templi e di basiliche,
  • di teatri e di arene dove molti
  • di loro erano morti
  • battendosi da eroi coi gladiatori,
  • una notte si udirono ruggire.
  • Nuvole tempestose che il futuro
  • su di noi addensava riversarono
  • una pioggia di fuoco e dalla terra
  • si levarono missili, e proiettili
  • di ogni tipo cominciarono a passare
  • tra i tavoli di club tra i più esclusivi,
  • e non ricordo esattamente se
  • lungo il mare e in tal caso quale spiaggia
  • forse un siluro
  • forse una cerbottana,
  • di poco mi mancarono
  • finché,
  • esauriti gli arsenali, da una nuvola
  • arrivarono, paracadutate,
  • le nuove stars previste dal mio oroscopo
  • delle quali le tre più luminose
  • persino dei bengala erano muse,
  • e delle tre la più spericolata
  • era di celluloide.