Mariuccia

1.

  • Quel ricordo di quando eri bambina.
  • La campagna deserta. Le tue lacrime.
  • Quel desolato pomeriggio estivo
  • nel fervore di vita degli insetti.
  • La casa bianca di sole, da un incanto
  • crudele gli uomini vinti, misteriosa
  • nell’ombra greve di sonno. E il giardino
  • della tua fanciullezza che appassisce
  • all’improvviso.
  • Amari flutti varchi,
  • amore, nella luce meridiana
  • di una creatura che il tuo nome aveva.

2.

  • Ammirati salivano sul treno
  • l’anziano professore e, come lui
  • bella, una delicata giovinetta.
  • La meta era Venezia. Partivate
  • dopo un anno di piccole rinunce,
  • di complici risparmi quotidiani.
  • E sempre circondati dalla quiete
  • della campagna fino alla laguna,
  • approdavate al Lido. Nelle stanze
  • deserte le finestre si schiudevano
  • sul mare aperto. A lungo nella notte
  • udivi il suo respiro, e come un sogno
  • giungeva il primo giorno di vacanza.
  • E ai bagni lui ancora, audacemente,
  • l’eroe per te dello scoglio di Quarto,
  • si avventurava al largo, e tu con trepido
  • orgoglio di fanciulla lo guardavi,
  • e sfidare a tua volta, nuova Anita,
  • osavi l’onda, ma nel pio recinto
  • riservato alle donne, non propizio
  • per un animo incline all’ardimento.
  • Del resto poco importava, ché insieme
  • sempre nei sogni di felicità
  • della tua età eravate. E più che mai
  • uniti, sottobraccio, tra la folla
  • serale di San Marco, nei più tenui
  • flutti vi immergevate di un concerto
  • verdiano o di furtive apparizioni
  • di gondole tra moli tenebrose
  • di palazzi e di ponti. Finalmente
  • l’estate, voi due soli; nelle notti
  • dolcissime in segreto rifioriva
  • nel cuore di tuo padre la sua grande
  • passione giovanile, il suo perduto
  • amore.

3.

  • Sei dalle zie in campagna, ed ecco vedi
  • passare un aeroplano, in quei remoti
  • silenzi agresti il primo della storia.

4.

  • Beffardo e imbellettato rispuntava
  • da cigolanti armadi il carnevale,
  • faceva capolino tra le quinte
  • tessendo trame balorde, munito
  • di forbici e di colla di farina
  • ci vestiva di carta, e tra gli spari
  • dei mortaretti, mentre la regina
  • come sempre accudiva al focolare,
  • io con elmo e corazza imperversavo,
  • ubriaco tiranno. Ma una sera
  • morbide scarpe dorate calzando
  • di soppiatto ella usciva. Il cielo grigio,
  • di portenti, di cupi sortilegi
  • popolando, una goccia di profumo
  • sulla nuca brillava. E quella maschera
  • arcana nella mia notte infantile
  • ci disperdeva tutti come al vento
  • polverosi coriandoli.

5.

  • Morti la figlia e l’uomo che umiliato
  • dalla sorte perdono le chiedeva
  • di invecchiare, lontani noi, viveva
  • sola ormai.
  • A volte mosso dalla nostalgia
  • ritornavo di notte, non atteso;
  • nella campagna assopita la luce
  • della finestra come una falena
  • mi attirava.
  • Non so da quale riva di Acheronte
  • mi sembrava di stare a contemplarla.
  • Di un amore sentivo che la amavo
  • disperato.

6.

  • Da quando sono in casa i muratori
  • e tutto è sottosopra, la tua scatola
  • ogni tanto riemerge in mezzo ai libri
  • o in fondo a un cassettone. L’agitato
  • mare come il rottame di un naufragio
  • la riconduce a noi, ma le reliquie
  • che contiene, le lettere d’amore
  • e una fotografia, la prima forse
  • che avesti di mio padre, mute giacciono
  • nella sabbia del tempo. In ogni cosa
  • cerco di ritrovarti e impresa mai
  • fu più vana di quella che ho tentato
  • leggendoti, già vana prima ancora
  • che per me per te stessa quando viva
  • incatenavi il tempo con un nastro
  • di seta rosa.

7.

  • Viene un breve, sommesso pigolio
  • dai rami del ciliegio. Ma tu sogno
  • di un sogno indugi nell’alto silenzio
  • delle ruotanti ultime stelle, assorta
  • in questo viso e queste spalle acerbe
  • che splendono nel sonno, tra le cose
  • che ti furono care, nelle stanze
  • della tua giovinezza.