antiquarium

ADOLESCENZA

  • Come le bambole, di celluloide
  • era la nuova Musa, e i suoi fantasmi,
  • che a volte erano azzurri, a volte rosa,
  • teneramente amai vagabondando
  • nelle vie lastricate che scendevano
  • deserte come quelle di Ercolano
  • verso le navi ormeggiate nel porto,
  • perdendosi oltre i moli, oltre il vulcano
  • e le spume del mare, oltre i presagi
  • oscuri delle molte ciminiere.
  • Sibille millenarie e altoparlanti
  • tra rovine di templi e di basiliche,
  • di teatri e di arene sanguinarie,
  • dettavano nefasti vaticini.
  • Finché le Parche aprirono le fauci
  • e nelle nere caverne scomparvero
  • la luce e quegli spazi smisurati,
  • e il deserto dei secoli. E l’oceano
  • con onde di tempesta si abbatté
  • sulle nuove scogliere.

L’OLIMPO

  • Che sovrastava gli steli sottili
  • e dorati di morte graminacee
  • in tutta la pianura, fino ai monti,
  • c’era soltanto un albero,
  • allora. Sempre pieno di cornacchie.
  • Che erano sempre in lite con un vecchio
  • contadino.
  • Fosco di nubi e di nebbie,
  • spaccato in due, diviso da un abisso
  • aperto in ere lontane - così
  • lo vedevamo dal mare - l’Olimpo
  • altro non ricordava che le imprese
  • atroci dei Titani. Lungamente
  • tuttavia indugiavamo, dalle Muse
  • educati a pensare che le Muse
  • vi nacquero.

LA COLOMBA DI ARCHITA

  • Delle diafane ali
  • i ben connessi telai agitando,
  • come una vecchia barca cigolò
  • la colomba di Archita: “Andiamo” disse
  • “scuotiamoci di dosso questa polvere
  • che comincia a pesare, questi secoli,
  • questi dolori reumatici cronici”.
  • Ma non riuscì a volare, tristemente
  • si accovacciò di nuovo nel suo hangar,
  • nel piccolo aeroporto abbandonato
  • in provincia di Taranto.

CREPEREIA TRIPHAENA

  • Amore ancora affila le sue frecce
  • se, come il teschio del buffone Yorick
  • Amleto assorto, il delicato scheletro
  • di giovinetta guardo e più leggiadra
  • questa sottile architettura e trama
  • mi sembra più sapiente dei monili
  • e più degna di fama della bambola
  • che tutti qui ci ha tratto.

ARCADIA

  • Ripartiamo, era l’ultima stazione,
  • ma sono assorto nel lavoro, ignoro
  • che viaggiatore clandestino seguo
  • dissueti binari, passeggero
  • distratto e solitario – il capotreno
  • anche lui è già sceso – vengo messo
  • in disparte, lasciato nella grigia
  • pastura di pietrame e di gramigne
  • di un gregge inanimato, in un ferrigno
  • silenzio, ma a mio agio nel romito
  • asilo mi discopro ché, poeta
  • arcadico, di satiri e di ninfe
  • ricordo in altri tempi popolai
  • questi luoghi.

PUER PAGANUS

  • Rischiando anche la vita in furibonde
  • sassaiole tra bande di quartiere,
  • è difficile dire quanto rozzo
  • crescevo in quelle strade, dove il tempo
  • non esisteva, mai era esistito,
  • e se esisteva era quello di Cuma,
  • di Trimalcione e della sua Sibilla.
  • E io vivevo nel suo eterno caos,
  • ramingo puer pagano, ingoiando
  • semi di zucca, carrube, et similia,
  • o, novissimus cibus delicatus,
  • i primi scarti di lavorazione
  • di cono per gelato, e, Polifemo
  • urbano, i nuovi eroi che nelle edicole
  • approdavano, i Fulmine, i Mandrake,
  • i Gordon Flash, mentre l’antico Ulisse
  • ignorato tra i banchi della scuola
  • si arenava.

VIANDANTI

  • La cavalla che trotta sull’asfalto
  • sola col suo puledro, e che seguiamo
  • nella luce dei fari, e va sicura
  • nel deserto di pietre e di cespugli
  • spinosi, chissà dove, abbandonato
  • il recinto o la stalla, oppure a caso
  • cercando di tornarvi, è nostra madre,
  • che ci teneva per mano, anche lei
  • sicura – ma di cosa? –, e dileguata
  • così come ci apparve in questo breve
  • sogno.

DEMETROPOLITANA

  • Le sue labbra che all’arco aurato di Eros
  • somigliano e feriscono tacendo,
  • le sue pupille verdi e tra i notturni
  • riflessi delle chiome le sue gote
  • ardenti dei colori dell’aurora,
  • la maestà delle spalle, la potenza
  • ferina delle gambe, la pienezza
  • della fecondità che da ogni parte
  • il desiderio assale, la severa
  • rusticità della posa, costei,
  • che insieme con Artemide e Afrodite,
  • non simulacro ma pane vivente
  • dei sotterranei misteri eleusini,
  • a me giovane apparve, e ancora, qui,
  • dal sedile lucente di una linda
  • vettura del metrò su di me impera,
  • certo non io, la sola Baubo forse
  • potrebbe indurre a un divino sorriso.

PORTO HELI

  • Tra l’ondeggiare di barche ormeggiate
  • nel buio della grande insenatura
  • un secondo aliscafo si avvicina,
  • simile a un’astronave proveniente
  • da altri pianeti, estranei alle dolcezze
  • dell’infanzia del mondo che qui ancora
  • governano la vita. Emancipati
  • gli equipaggi non sono tuttavia
  • come le imbarcazioni e giunti a terra,
  • confusi nella folla, li distingue
  • soltanto la divisa. Il porticciolo
  • questa sera festeggia un grande evento.
  • Finalmente ha ottenuto un acquedotto.
  • E nello spiazzo di terra battuta
  • insieme scalo e centro del paese,
  • affollato non più delle altre sere,
  • è stata improvvisata una fontana
  • costituita da un semplice tubo
  • con rubinetto di ottone che versa
  • il prezioso elemento, e a cui attingono
  • o hanno attinto all’inizio della festa,
  • non per bere ma solo per stupore
  • i commensali ora seduti a tavoli
  • con la cerata, per lo più famiglie,
  • ma anche coloro che prendono parte
  • solo ai banchetti delle autorità,
  • intorno a bianche tovaglie di lino,
  • e gli oratori, e la gente che applaude
  • e, terminati cerimonie e pranzi,
  • circonda il palco di legno sul quale
  • al ritmo del sirtaki le bambine,
  • le più piccole, quelle dell’asilo,
  • si esibiscono in danze estemporanee,
  • la prima ballerina con movenze
  • che Dioniso stesso sta dettando.
  • Vedrò mai più sotto la nera cupola
  • del cosmo avaro d’acqua dissetarsi
  • con pari gratitudine la vita?

  • Nel buio della vasta insenatura
  • gli aliscafi si muovono furtivi,
  • simili a spettri sembrano venire
  • da altri pianeti, estranei alle dolcezze
  • dell’infanzia del mondo che qui ancora
  • governano la vita. Emancipati
  • gli equipaggi non sono tuttavia
  • come le imbarcazioni e giunti a terra,
  • confusi nella folla, li distingue
  • soltanto la divisa. Un più sicuro
  • porto per essi è il rito che si compie
  • è questo porticciolo polveroso
  • Sotto una fitta tempesta di stelle
  • in questo porticciolo polveroso
  • e senza tempo è per ognuno il rito
  • che qui si compie e alle loquaci Naiadi
  • restituisce l’antico vigore,
  • poiché dubito esista una sorgente
  • tra le molte che ho visto più gioiosa
  • e più casta del getto scintillante
  • di questo rubinetto, e un’altra sete
  • che al nero cosmo avaro d’acqua attinga
  • più umilmente.

SAFFO, V, 46

  • Ora ella splende tra le donne lidie
  • come la rosea luna nel crepuscolo,
  • che ogni altra stella supera in splendore,
  • e pura luce incede sulla terra
  • ridente e sulle salse onde, e di bella
  • rugiada i campi riveste, e le rose
  • accende gonfie di vita e l’antrisco
  • e il meliloto fiorito.