Fotoritratto di Renato Job realizzato dal fotografo Pino Colla

Renato Job è nato a Trento nel 1926. Ha vissuto i primi anni in Germania, poi rientrato in Italia ha errato di città in città rinnovando allo scoppio della guerra questo inquieto itinerario.

Si stabilisce infine a Milano, dove lavora in una casa di produzione cinematografica, e le esperienze di regia e di montaggio si rivelano un polo di riferimento linguistico che diventerà fondamentale e da quel mommento si affiancherà e si intreccerà più volte con la vocazione poetica.

Elementi riconducibili alla coonessione e al dialogo delle immagini sono già presenti nel Dottor Coppelius (Anterem 2007), riappaiono nel Faust, progetto di teatro di automi, ma troveranno espressione compiuta nei film Prima linea e Paris vision, in cui confluiranno molte Muse riunite in un indisciplinato Parnaso. Alla stessa fonte attingeranno in seguito le sperimeentazioni di "collage" fotografici e di fotomontaggi digitali.

La produzione poetica è in parte riunita nel vlume Veneri e Locuste pubblicato a Milano nel 1985; quella narrativa è costituita dal romanzo Intermezzo, la cui pubblicazione segue ad un anno di distanza da quella del Coppelius. Attualmente vive in provincia di Brescia dove ha trovato consono rifugio in un edificio costituito dalla fantasiosa stratificazione di sette secoli, l'ultimo dei quali è presente solo quando il proprietario è in casa.




Trascorsi l’infanzia in un deposito di carri armati. Era un luogo tranquillo, invaso dalle ortiche, dove potevo leggere senza essere disturbato. Venuta la stagione degli amori, mi imbarcai per Citera, che però non raggiunsi mai. Approdai invece a Milano e frequentai l’Università dove un professore mi parlò di per due anni di Giuseppe Parini che lui stimava molto. Questo Parini è un uomo giudizioso, ma io molto prima che scadessero i due anni ero andato in crisi perché pensavo che non avrei potuto dedicare due anni della mia vita ad ogni brav’uomo che avessi incontrato.
Nel migliore dei casi non avrei potuto conoscere più di venticinque persone. Ripartii deluso, fermamente deciso a conoscerne di più. Visitai Trieste, Pietroburgo, Pamplona, Parigi, Dublino, Venezia, Cortina, Lubecca, Praga e Montichiari. Naufragato nel 1959, finii su un’isola deserta, dove, avendo perso ogni speranza di salvezza, scrissi un testamento. Più tardi, quando fui tratto in salvo, il testamento venne pubblicato su una rivista con uno pseudonimo. Tutti dissero che il mio mestiere era quello dello scrittore.
Andai allora da un editore che dopo essersi complimentato con me mi offrì un posto di correttore di bozza. Era un lavoro che non mi piaceva perché scrivevo una parola ogni tanto e quelle poche venivano pubblicate con il nome di un altro.
Lasciata la letteratura, comperai una Fiat 1100 che d’inverno era sempre calda e accogliente grazie al motore che oramai era sul punto di fondere, e rapita una principessa lomgobarda che chiedeva un passaggio visitai il paese dei balocchi. Qualcuno cominciò ad accigliarsi e a guardarmi con sospetto.


Esortato dagli amici, ripresi a scrivere e misi sulla carta un Faust meccanico in cui tutti era automi, anch’io, e come al solito la sola che faceva pena era Margherita. Piacque molto, tutti quelli che lo lessero lo imitarono volentieri. A uno anzi piacque tanto che lo pubblicò firmandolo lui. Vedendomi perplesso dissero che il teatro era morto, che era meglio dimenticarlo, mi portarono al suo funerale, il teatro venne sepolto solennemente, e la serata terminò con una cena in un ristorante alla moda; poi mi venne presentata una ragazza che faceva il bagno in vasca giapponese, e seppi che quello era il cinema e che io in realtà non nato per il teatro ma per il cinema. Entrai nella vasca, ma venni immediatamente tirato fuori e mi spiegarono che entrare nella vasca non era compito mio ma del produttore. Sorpreso, chiesi quale fosse il mio compito. Dissero che dovevo chiudere un occhio. Dissi che da quando ero nato niente mi era stato chiesto più spesso. Dissero che non avevo capito, dovevo chiudere un occhio e con l’altro guardare nell’obiettivo. Puntai l’obiettivo ma c’era sempre qualcuno che mi metteva davanti un detersivo, un dentifricio o altre cose del genere. Dopo aver tentato inutilmente di spiegare che c’erano casi in cui quegli oggetti servivano e altri in cui non servivano, cominciai a giocare d’astuzia e ogni tanto riuscivo a girare qualcosa un po’ prima o un po’ dopo l’apparizione del detersivo. Il film realizzato con questa tecnica ebbe Tokyo come area-test. Era quella di punta, la migliore area-test che potessi desiderare. Il secondo film fu girato a Parigi, città che per ora è in coda ma che sta correndo per cercare di raggiungere Tokyo. Nella realizzazione del secondo film fui enormemente avvantaggiato perchè un amico offrendo una cifra considerevole riuscì a corrompere la troupe e a ottenere che passassero un paio di settimane tra un’apparizione e l’altra del detersivo.
Si tratta comunque di film sbagliati perché il primo è in bianco e nero e la televisione invece, come mi ha spiegato un funzionario, è a colori; il secondo, pur essendo a colori, non ha purtroppo quel commento parlato mancando il quale lo spettatore, come mi ha spiegato un funzionario, è praticamente abbandonato a se stesso.
Della produzione di altri film non era nemmeno il caso di parlare, dopo errori così madornali. Nessuno avrebbe tirato fuori una lira. Passando davanti a un’edicola inventai il cinema da tavolo, per il quale bastano un paio di forbici e un barattolo di colla. Qualcuno mi ha già detto che nn va bene, perchè il cinema è movimento.